Yoga – Un aiuto per l’ansia e per i disturbi alimentari

Oggi parliamo di qualcosa che si scosta da tematiche alimentari, ma che ha sempre a che fare con il benessere: lo yoga.

La pratica dello yoga nasce 5000 anni fa in Oriente, ed è una disciplina che armonizza tecniche di respirazione, postura, allungamento muscolare e meditazione. Esistono diversi tipi di yoga: il più diffuso e praticato in Occidente è l’Hatha yoga, finalizzato a un benessere tanto fisico quanto mentale.
Senza addentrarmi nello specifico delle varie pratiche e delle differenti discipline, di cui so veramente poco, ho intenzione di parlarvi dei numerosi benefici salutistici che lo yoga può offrire. Qualche mese fa ero capitata per caso su una review riguardante la connessione tra yoga e ansia, e da lì mi sono mossa alla ricerca di altre ricerche inerenti a questa tematica.
La review da cui sono partita ha sapientemente riassunto le evidenze scientifiche derivanti da 35 studi che indagavano gli effetti positivi dello yoga nella gestione dello stress mentale e del miglioramento di stati ansiosi. I gruppi di persone che hanno partecipato agli studi erano molto eterogenei: donne in terapia post-operatoria per cancro al seno, donne in gravidanza e puerpere, donne in menopausa, persone colpite da stress-traumatico o disturbi ansiosi, persino un gruppo di musicisti nei quali si è valutata l’ansia da palcoscenico a seguito di pratica di yoga e un gruppo di vigili del fuoco, categoria lavorativa sempre sotto pressione.
Per valutare lo stress e l’ansia delle persone sono stati usati principalmente questionari scientificamente validati, che i soggetti hanno compilato prima, durante e dopo il percorso terapeutico di yoga. A parte 2 studi su 35, tutte le ricerche hanno evidenziato dei cambiamenti significativi tra la valutazione precedente e quella successiva al periodo di yoga: nei gruppi in studio si sono registrati punteggi più alti per qualità di vita, emotività e autoconsapevolezza, mentre sono diminuiti i punteggi riguardanti ansia, panico e stress autopercepito. Alcuni studi -purtroppo non tutti- avevano preso in considerazione anche parametri di controllo biochimici: ai soggetti sono state misurate le concentrazioni di cortisolo (ormone dello stress), DHEA (ormone che promuove la lipolisi), melatonina e GABA (la prima regola il ritmo sonno-veglia e il secondo è connesso al rilassamento). I ricercatori non hanno trovato cambiamenti significativi nei livelli di cortisolo e DHEA, mentre sono leggermente aumentati quelli di melatonina e GABA: lo yoga sembra dunque promuovere la secrezione di sostanze collegate allo stato di calma mentale e fisica. Associato a un sostegno psicologico permetterebbe a persone soggette ad ansia e stress di controllare i sintomi, migliorando di conseguenza la qualità della vita.

Uno altro studio ha investigato l’effetto dello yoga sulla secrezione di leptina e adiponectina, due sostanze che si correlano allo stato di salute fisica. A questo studio hanno partecipato 50 donne: 25 novizie dello yoga, e 25 esperte. Nel gruppo delle esperte si sono registrati livelli di adiponectina antinfiammatoria inferiori del 28%, mentre nelle novizie la leptina proinfiammatoria era superiore del 36%. Lo studio ha inoltre evidenziato che maggiore era il tempo da cui si praticava yoga e maggiori erano le sedute settimanali, migliore era il profilo dei marker antinfiammatori, correlati a un minor rischio per la salute cardiovascolare e il diabete.
Parallelamente a questo studio, una review di 10 pubblicazioni scientifiche ha dimostrato che lo yoga permette di normalizzare i livelli di pressione arteriosa, di colesterolo e di glucosio nel sangue, coadiuvando in questo modo la prevenzione delle maggiori patologie metaboliche che affliggono la popolazione occidentale.
Gli studi sottolineano comunque che chi pratica yoga è anche più attento ad altri fattori che influenzano il benessere e la salute, come ad esempio la dieta, la scelta di alimenti biologici e di stagione, la gestione dello stress, l’astensione dal consumo di alcol e fumo.

Le ultime due pubblicazioni che voglio citarvi riguardano la connessione tra yoga e benessere alimentare: in questi studi lo yoga è stato inserito in una terapia più ampia per la guarigione da binge eating disorder e bulimia, due disturbi dell’alimentazione molto diffusi nelle donne. Le ricerche hanno dimostrato che in associazione alla terapia cognitivo-comportamentale lo yoga è in grado di incoraggiare una sana riconnessione al cibo attraverso la sempre maggiore autoconsapevolezza delle proprie azioni. Nello specifico, le donne sono state più consapevoli a diminuire quantità e frequenza delle abbuffate, fino a farle scomparire completamente. Anche il modo in cui vivevano il proprio corpo è cambiato: la negazione del Sé e della propria fisicità -percepita come estranea e ingombrante- è passata ad essere una positiva accettazione del proprio corpo, vissuto non più con rassegnazione ma con uno stato emotivo di armonia. Lo yoga è una pratica nella quale è difficile eccellere se non si ha il pieno controllo di sé e del proprio corpo: la consapevolezza dei propri limiti è esattamente la chiave attraverso cui è possibile superarli.

Bibliografia
Amber W.Li, PharmD and Carroll-Ann W.Goldsmith, DSc – The effects of yoga on anxiety and stress – Altern Med Rev. 2012 Mar;17(1):21-35
Kiecolt-Glaser JK, Christian LM, Andridge R, Hwang BS, Malarkey WB, Belury MA, Emery CF, Glaser R – Adiponectin, leptin and yoga pratice – Physiol Behav. 2012 Dec 5;107(5):809-13
McIver S, McGartland M, O’Halloran P – Overeating is not about the food: women describe their experience of a yoga treatment program for binge eating – Qual Health Res. 2009 Sep;19(9):1234-45
Neumark-Sztainer D - Integrating messages from the eating disorders field into obesity prevention – Adolesc Med State Art Rev. 2012 Dec;23(3):529-43
Okonta NR – Does yoga therapy reduce blood pressure in patients with hypertension? An integrative review – Holist Nurs Pract. 2012 May-Jun;26(3):137-41

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Un cous-cous con il pesce

Questa proposta di Cristina è un gustosissimo piatto unico, ottimo da servire freddo a mo’ di insalata estiva o per rendere un po’ meno triste un pranzo in ufficio o in università.

Il cous-cous è un alimento tipico della cucina araba: si tratta di una grossolana macinatura della semola di grano, ma può essere fatto anche con altri cereali (come miglio, orzo, farro). Il cous-cous che troviamo in commercio in Italia è precotto ed è di rapidissima preparazione: è sufficiente ricoprirlo di acqua bollente salata e lasciargli assorbire tutta quella in eccesso (la quantità corretta di acqua è il doppio rispetto al peso del cous-cous), sgranare con i rebbi di una forchetta e condire a piacere. Per cous-cous originale non precotto viene invece usata una pentola particolare adatta allo scopo, e i tempi di preparazione sono più lunghi.
Tradizionalmente nel mondo arabo il cous-cous viene servito in accompagnamento a piatti di carne o legumi, ma nelle comunità che si affacciano sul mare è diffuso anche l’abbinamento con il pesce. Essendo molto versatile, il cous-cous può essere usato anche per preparare budini dolci, magari cotto in latte di mandorla e servito con una macedonia di frutti di bosco.

In questa ricetta Cristina ci propone il cous-cous con capesante, pregiato mollusco mediterraneo, e fagiolini, ortaggio conosciuto anche con il nome di cornetti o tegoline.

Capesante marinate con fagiolini brasati e cous-cous

Ingredienti per 4 persone:
250 g di cous-cous
1 kg di fagiolini
2 cipollotti
16 capesante fresche
Erbe aromatiche: basilico, erba cipollina, timo
Sale
Olio extravergine d’oliva

Procedimento:
Raccogliete le capesante in una ciotola e aggiungete le erbette spezzettate a mano e 2-3 cucchiai d’olio, coprite con della pellicola e lasciatele da parte fino a quando non sarà il momento di cuocerle.
In un’altra ciotola mettete il cous cous con un pizzico di sale e un filo d’olio; aggiungete mezzo litro di acqua bollente (il doppio del peso del cous cous), coprite con la pellicola trasparente e lasciate assorbire completamente l’acqua.
Affettate finemente i cipollotti e lasciateli appassire con un cucchiaio d’olio in padella. Aggiungete i fagiolini privati delle estremità e lavati; salate e lasciate tostare per qualche minuto, quindi coprite a filo con acqua bollente e fate cuocere fino a quando l’acqua non sarà totalmente scomparsa.
Prendete poi le capesante e cuocetele in una padella antiaderente ben calda, giusto 2 minuti per lato; salatele e toglietele dal fuoco.
Prendete il cous cous che si sarà gonfiato e sgranatelo con una forchetta.
Potete comporre il piatto in due modi: con gli ingredienti messi a strati (come in foto), oppure mischiati insieme come se fosse un’insalata di riso.

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Cross-reazioni tra pollini e alimenti

Per cross-reazione si intende un meccanismo immunologico che insorge in risposta a un particolare antigene che causa reattività ad altri antigeni strutturalmente simili al primo.
Ad esempio, in questa stagione sono molto diffuse le allergie ai pollini ambientali: esistono cross-reazioni alimentari specifiche in grado di peggiorare il quadro sintomatologico, per cui -ad esempio- un soggetto allergico alle Graminacee che in questo periodo mangia pomodori o kiwi avrà maggiore bruciore agli occhi o maggiore lacrimazione.
Le sindromi da cross-reattività sono state descritte tra specie filogeneticamente vicine (la breve distanza tassonimica rende più probabili reazioni cross-allergeniche); tuttavia esistono anche cross-reattività tra specie filogeneticamente distanti: in questi casi le proteine responsabili della reazione sono in genere considerate come panallergeni (ossia sono altamente in grado di determinare sindromi pseudo-allergiche secondarie).

In quest’articolo intendo soffermarmi sulle cross-reazioni (CR) tra allergeni ambientali e quelli alimentari; vista la stagione, spero che l’articolo possa interessare tutte le persone che sono alle prese con fazzoletti di carta e antistaminici!

Ben il 70% delle persone allergiche alle Betulacee (betulla, ontano, nocciolo) presenta CR con vegetali della famiglia delle Apiacee/Umbellifere: sedano, finocchio, carota, prezzemolo e cumino. E’ stata ampiamente descritta anche la CR con le Rosacee, in particolar modo le mele; fanno parte della famiglia delle Rosacee anche gli alberi da frutta a nocciolo (pesche, ciliegie, susine, nespole, albicocche), il mandorlo e il pero.
Il periodo di fioritura delle Betulacee va da metà febbraio fino ad aprile: in questi mesi i soggetti allergici dovrebbero evitare di consumare la frutta e la verdura sopra elencata per tenere il più possibile sotto controllo i sintomi. Ovviamente chi è allergico alle Betulacee dovrebbe mangiare con molta moderazione le nocciole (la pianta è direttamente appartenente a questa famiglia).

L’allergia al polline delle Composite (Asteracee) comporta attenzione a tutte le specie alimentari appartenenti a questa famiglia: lattuga, tarassaco, radicchio, cicoria, cardo, carciofo, topinambur, girasole (e semi di girasole). Esistono CR tra Composite e Curcubitacee (in particolare cocomero e melone, ma anche cetriolo e zucchine).
Il periodo di fioritura delle Composite si prolunga da giugno-luglio ad ottobre.

Una curiosità “nazionale”: in Spagna l’allergia al polline dell’Artemisia (genere della famiglia delle Composite) ha un’associazione statisticamente significativa con una serie di alimenti tassonomicamente distanti. Tra questi: miele, arachidi, noci, mele, pomodori e Brassicacee (cavolfiore, broccoli, rape, senape, ravanelli, rucola, crescione). Questa tipologia di CR sembra essere caratteristica solo della penisola iberica.

La Graminacee (Poacee) sono probabilmente le piante che determinano più fenomeni allergici, sia a livello ambientale (pollini) che a livello alimentare; fanno parte di questa famiglia i 5 cereali: avena, orzo, granturco (mais), segale e frumento (grano tenero, grano duro e farro). Le Graminacee, il cui periodo di pollinazione è a due riprese (aprile-luglio e agosto-settembre), presentano CR con Composite (anguria e melone), pomodoro, kiwi e arance. Alcuni pazienti sembrano registrare maggiori fastidio agli occhi (lacrimazione e bruciore) anche a seguito del consumo di frutta a nocciolo (prugne, albicocche, susine, ciliegie…).

L’ultima cross-reazione che voglio citare non riguarda i pollini, ma un prodotto molto diffuso a livello industriale: il lattice. Più del 50% dei pazienti allergici al lattice presenta CR con alcuni frutti, in particolare scatenano sintomi preoccupanti per la salute banana, avocado, castagna e kiwi. Anche papaya e pomodori sono collegati all’allergia al lattice, ma il quadro sintomatologico è meno preoccupante.

Bibliografia
B.E.Garcìa, M.T.Lizaso – Cross-reactivity syndromes in food allergy – J Investig Allergol Clin Immunol. 2011;21(3):162-70

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Un dolce inizio di settimana

Questa settimana Nadia ci propone una torta veramente interessante, che presenta tra gli ingredienti uno dei connubi più vincenti dell’arte pasticcera: cacao e arancia (i più golosi possono sostituire il cacao con il cioccolato extrafondente in scaglie).
La ricetta è adatta anche a chi soffre di celiachia perché è completamente priva di glutine: l’unica accortezza è quella di assicurarsi che il lievito utilizzato sia certificato privo di glutine, oppure utilizzare cremor tartaro.
La ricetta prevede il burro chiarificato: non è altro che burro privato delle proteine e del lattosio, e può essere fatto facilmente anche in casa (mettete il burro in forno a 155°C per 60-70 minuti, filtrate e conservate in un vasetto di vetro; si mantiene anche per diverse settimane). E’ il burro più nobile, molto digeribile e privo di qualsiasi ipotetico allergene (proteine, caseina, lattosio): in India è conosciuto come ghee. Vi consiglio di farlo partendo da un ottimo burro di centrifuga, che è ben diverso dalla maggior parte dei burri in circolazione, sia nutrizionalmente che gustativamente (per approfondire leggete qui).

Per chi volesse provare dolcificanti alternativi allo zucchero Nadia propone una versione con lo sciroppo d’acero, adatta anche ai vegani in quanto non prevede l’utilizzo del burro.
Il procedimento è lo stesso che troverete descritto tra poco: si deve semplicemente sostituire lo zucchero con 70-80 ml di sciroppo d’acero, amalgamandolo con cura agli altri ingredienti. Si consiglia di abbassare leggermente la temperatura del forno (160°C) e di prolungare la cottura per 40-45 minuti.

Torta cacao e arancia

Ingredienti per 6 porzioni
100 gr di farina di riso
100 gr di mandorle non pelate
La spremuta di 2 arance (120 ml, eventualmente allungate con acqua per arrivare al quantitativo finale)
70 g di burro chiarificato (o un buon burro di centrifuga)
50 gr di zucchero Muscovado
1 bustina di lievito per dolci
1 cucchiaio di cacao magro in polvere
1 pizzico di sale
1 cucchiaio di buccia d’arancia essiccata e tritata (oppure la scorza grattugiata di un’arancia)
½ cucchiaino di vaniglia in polvere

Preparazione
Togliete il burro dal frigorifero, tagliatelo a cubetti e lasciatelo ammorbidire. Imburrate e infarinate una tortiera, preriscaldate il forno a 175°C. Tritate le mandorle finemente per ottenerne una farina; lavorate il burro con lo zucchero, quindi aggiungete le mandorle, la farina di riso, il cacao e il lievito setacciati: mescolate fino a rendere omogeneo l’impasto. Aggiungete a filo la spremuta d’arancia fino ad ottenere una massa omogenea, da ultimo insaporte con la buccia d’arancia, la vaniglia e il pizzico di sale. Versate l’impasto nella tortiera, e cuocete per circa 30-35 minuti, ma fate la prova stecchino per verificare che la torta sia pronta!

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I germogli nel piatto

In primavera la Natura rinasce, e ne sono testimoni i primi piccoli germogli su rami di alberi che fino a due mesi fa sembravano secchi. I germogli sono vita in potenza: contengono tutto ciò di cui la pianta avrà bisogno per fiorire rigogliosa.
Sapevate che esistono alcuni germogli commestibili, che proprio in virtù della loro ricchezza apportano benefici salutistici all’uomo? Di solito i più conosciuti -quantomeno di fama- sono i germogli di soia, ma ne esistono molti altri di cui tra poco farò una breve rassegna.

I germogli commestibili non sono altro che semi fatti germogliare: possono essere preparati in casa, sono facili da coltivare ma ci vuole qualche giorno di pazienza prima di poterli consumare (giusto il tempo di far crescere il germoglietto dal seme adeguatamente idratato ed esposto al sole). Si possono far germogliare i semi di legumi, cereali e altre specie vegetali: alcuni sono molto facili da coltivare (come lenticchie, grano saraceno, alfa-alfa o piselli), per altri invece ci vuole un po’ più tempo e pazienza (semi di lino, ceci, miglio). Si possono far germogliare anche semi di broccolo, riso integrale, fave e sedano; i germogli delle Solenacee (patate, melanzane, pomodori) sono velenosi, dunque non provateci nemmeno. Sconsigliati anche i germogli di fagiolo per l’elevato contenuto di emoagglutinine.
Utilizzate semi biologici: è importante per evitare residui di pesticidi o irraggiamento del seme. In negozi specializzati esistono specifici germogliatori, che non sono altro che recipienti a due o tre ripiani distanziati tra loro e bucherellati sul fondo, sui quali poter porre i semi da far germogliare; preferite germogliatori in terracotta o vetro piuttosto che in plastica.
Se siete interessati all’autoproduzione dei germogli troverete sicuramente ottimi consigli in internet: io vi parlerò più che altro dei loro benefici salutistici.

Fondamentale per la crescita del germoglio è la presenza di luce ed acqua: per questo i semi andrebbero ammollati per una notte prima di essere fatti germogliare, e durante i giorni di coltivazione bisogna aver cura che non vadano in sofferenza d’acqua annaffiandoli una o due volte al giorno (in estate anche di più). L’acqua e la luce permetteranno di attivare tutto il corredo enzimatico del seme, permettendo la liberazione di acidi grassi, zuccheri semplici e aminoacidi, ovvero di energia di prontissimo utilizzo. Luce, acqua e ossigeno determineranno anche l’arricchimento minerale e vitaminico del piccolo germoglio: per ottimizzare questo processo si consiglia di esporre i germogli al sole per almeno 6 ore prima di mangiarli, di modo che fissino la maggior quantità possibile di clorofilla e di antiossidanti.

I germogli, di qualsiasi tipo siano, sono una vera e propria centrale energetica: non perché apportino molte calorie (anzi, questo è l’unico punto sul quale sono carenti), ma perché contengono tutto il corredo di vitamine e minerali di cui avrebbe bisogno la pianta per formarsi. Si stima che tale contenuto possa essere anche di 300-400 volte superiore rispetto a quello di normale frutta e verdura.
Dal punto di vista salutistico, i germogli sono preziosi alimenti vivificanti e rigeneranti l’organismo, utili in primavera a contrastare quel torpore che accompagna le settimane a cavallo del cambio di stagione. Negli ultimi anni non solo i salutisti, ma anche la comunità scientifica si è interessata sempre di più alle proprietà benefiche dei germogli, traendo interessanti risultati dai molti studi che sono stati condotti in merito: i germogli si sono rivelati essere remineralizzanti, antiossidanti e utili a regolarizzare i tassi ematici di glicemia, trigliceridi e colesterolo. Sorprendentemente i germogli sui quali sono state fatte le sperimentazioni dietetiche più promettenti non sono quelli di soia, ma quelli di broccolo. Vi riporto alcuni dei risultati più recenti in merito:

- Il consumo di 10 g al giorno di germogli di broccolo da parte di soggetti diabetici permette di migliorare il profilo dei lipidi nel sangue in sole quattro settimane, con abbassamento dei trigliceridi ed aumento del colesterolo ‘buono’ HDL.
- Il consumo di sulforafani orali corrispondente a 200 g di germogli di broccoli al giorno permette di stimolare importanti vie metaboliche a livello dell’albero respiratorio, favorendo una risposta positiva allo stress ossidativo determinato dalla presenza di tossine ambientali.
- I germogli dei cavoletti di Bruxelles si sono rivelati efficaci a rafforzare le difese immunitarie a livello di linfociti periferici attraverso un meccanismo protettivo diretto al DNA (dunque anche anti-tumorale) e grazie all’aumento dei livelli sierici di vitamina C (37% in più).
- I glicosinolati e isotiocianati contenuti nei germogli di broccolo favoriscono la fare II della detossificazione enzimatica, accelerano lo stato antiossidante del corso e proteggono da forme di cancro indotte da agenti chimici.
- Alcuni studi condotti in vitro (e quindi non ancora verificati sull’uomo) dimostrerebbero che i germogli di broccolo associati ad altri nutraceutici, come gli omega-3, sono in grado di contrastare l’infiammazione gastrica determinata da un’infezione di Helicobacter pylori.

Secondo la bioterapia nutrizionale e la medicina trazionale cinese i germogli non andrebbero consumati da chi ha una predisposizione a sviluppare cisti: lo stesso potenziale di crescita benefico per rigenerare l’organismo potrebbe agire come stimolo alla formazione di questi piccoli noduli. Fatta questa doverosa sottolineatura, di fatto non esistono effetti collaterali al consumo di germogli: un paio d’anni fa si era fatto allarmismo perché dei germogli di soia prodotti da una grande azienda erano risultati essere la causa della morte di alcune persone, poiché le coltivazioni erano state infettate da Escherichia coli. Si tratta di un’eccezione dovuta probabilmente a cattive condizioni di ossigenazione e aerazione: è difficile che le coltivazioni casalinghe, essendo di piccola entità, presentino questo problema.

I germogli vanno consumati rigorosamente crudi: quando vengono cotti perdono completamente le loro proprietà benefiche. Potete usarli come contorno in abbinamento ad altre verdure o per condire insalate fredde di orzo o farro; c’è chi li apprezza in abbinamento a yogurt greco, aglio e spezie per farne una salsina piccante di accompagnamento; alcuni ne fanno delle polpettine con purea di legumi cotti, e i più temerari provano addirittura a farne un tipo di pane che non necessita di cottura (pane esseno, fatto essicare al sole).
A me è stato regalato un germogliatore, ma lo uso poco perché nel weekend sono raramente a casa, ed è difficile che io abbia più di 4-5 giorni consecutivi da dedicare alla germogliazione: per questo motivo mi è comodo coltivare semi di lenticchie rosse e di grano saraceno, che germogliano abbastanza velocemente. Con la bella stagione mi riprometto di consumare più alimenti crudi, e dunque di usare un po’ di più il mio germogliatore: sarà un proposito che andrà a buon fine…? Materia prima e strumentazione non mancano: non ho scuse!

Bibliografia
Bahadoran Z, Mirmiran P, Hosseinpanah F, Rajab A, Asghari G, Azizi F – Broccoli sprouts powder could improve serum triglyceride and oxidized LDL/LDL-cholesterol ratio in type 2 diabetic patients: a randomized double-blind placebo-controlled clinical trial – Diabetes Res Clin Pract. 2012 Jun;96(3):348-54
Riedl MA, Saxon A, Diaz-Sanchez D - Oral sulforaphane increases Phase II antioxidant enzymes in the human upper airway – Clin Immunol. 2009 Mar;130(3):244-51
Hoelzl C, Glatt H, Meinl W, Sontag G, Haidinger G, Kundi M, Simic T, Chakraborty A, Bichler J, Ferk F, Angelis K, Nersesyan A, Knasmüller S. – Consumption of Brussels sprouts protects peripheral human lymphocytes against 2-amino-1-methyl-6-phenylimidazo[4,5-b]pyridine (PhIP) and oxidative DNA-damage: results of a controlled human intervention trial – Mol Nutr Food Res. 2008 Mar;52(3):330-41
Shapiro TA, Fahey JW, Wade KL, Stephenson KK, Talalay P – Chemoprotective glucosinolates and isothiocyanates of broccoli sprouts: metabolism and excretion in humans – Cancer Epidemiol Biomarkers Prev. 2001 May

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Per una primavera che si fa attendere

Non ne potete più di questo tempo sempre tendente al grigio e piovigginoso? Se la primavera non sboccia, non c’è nulla di meglio che mettere la primavera… nel piatto! Oggi Cristina ci propone questa coloratissima insalata di germogli e petali di calendula, che a mio parere sarebbe adattissima anche per il pic-nic del 25 aprile, sempre che il tempo sia clemente e ci regali una giornata di sole.

La calendula è una pianta erbacea della famiglia delle Composite, i cui fiori sono commestibili: potete usarli freschi e crudi in insalata come in questa ricetta, oppure potete farli essiccare per preparare delle tisane. L’infuso di calendula coadiuva l’abbassamento del colesterolo e dei trigliceridi nel sangue grazie alla presenza di saponine, mentre i fitoestrogeni contenuti permettono di lenire i dolori mestruali e di placare il nervosismo che caratterista i giorni pre-ciclo. Per beneficiare al meglio di quest’azione fitoterapica vi consiglio di rivolgervi a un buon erborista: le proprietà della calendula fresca usata in cucina sono molto minori in confronto a preparazioni erboristiche specifiche.

I fiori di calendula, quando colti nel loro momento di massima bellezza, hanno un sapore leggermente speziato in grado di esaltare gusti decisi, come quello del formaggio feta usato da Cristina per quest’insalatona. Vi consiglio di non usare la calendula per piatti cotti, perché con il calore si liberano i tannini contenuti nei petali che conferiscono un sapore leggermente amaro alla pietanza.

Volete provare altri fiori commestibili per le vostre ricette? La scelta è sorprendentemente ampia: fiori di basilico, timo, origano, maggiorana, rosmarino, borragine, angelica; fiori di lavanda, menta, viola, cordiandolo… Assolutamente no ai fiori di oleandro, ortensia e narciso: sono velenosi!

Cristina proprone nella ricetta anche dei germogli di alfa-alfa: siete curiosi di conoscere le proprietà dei germogli? Allora vi consiglio di aspettare il prossimo articolo, perché vi darò qualche informazione proprio sui germogli: cosa sono, come si coltivano, come possono essere utilizzati in cucina e perché sono dei veri e propri alimenti della salute!

Insalatona di primavera

Ingredienti per 4 persone
Insalata misticanza
100 g di cubetti di feta
2-3 carote sfilacciate
Una manciata di germogli di alfa-alfa
Pomodorini sardi
Origano secco
Petali di calendula
Sale
Olio extravergine d’oliva
Aceto di mele o limone per condire

Procedimento
La preparazione non potrebbe essere più veloce: unite tutti gli ingredienti in un’insalatiera capiente, aggiungete un paio di cucchiai di olio extravergine e uno di aceto di mele, mescolate con delicatezza e portate in tavola.

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Le sostanze antinutrienti

La Natura è sicuramente il miglior supermercato in cui poter fare la spesa: in ogni stagione ci offre gli alimenti con il profilo nutrizionale migliore per la nostra salute. Abbiamo gli agrumi ricchi di vitamina C in inverno per rafforzare il sistema immunitario, erbe amare in primavera per agevolare il cambiamento metabolico e la depurazione del fegato, frutta e verdura ricchissime di sali minerali in estate, quando il nostro corpo ne ha grande necessità vista la maggiore sudorazione.

Non sempre però quello che è naturale è salutare: pensiamo ad esempio alle numerose specie di funghi tossici, alle allergie scatenate da certi alimenti o -meno drammaticamente- alla presenza di antinutrienti nel cibo.

Gli antinutrienti sono molecole in grado di interferire con la digestione degli alimenti o con il nostro funzionamento metabolico a livello gastrointestinale, cerebrale o ormonale.
Vediamo insieme dove si trovano alcuni degli antinutrienti più diffusi, e come si può ovviare al loro effetto negativo.

Fitati e ossalati
Si tratta di composti che imprigionano i sali minerali rendendoli indisponibili all’assorbimento attraverso un meccanismo detto chelazione.
L’acido fitico è presente nei legumi, nei cereali integrali e -in misura minore- nella frutta secca e nel cacao. Per quanto riguarda i legumi secchi, il lungo ammollo dei semi garantisce l’allontanamento dei fitati: per questo motivo si consiglia di mettere a bagno i legumi per una notte, possibilmente cambiando l’acqua almeno una o due volte. Anche la frutta secca sgusciata può essere messa a bagno qualche ora prima di essere consumata: dal momento che il contenuto di fitati è inferiore ai legumi quest’accortezza può essere superflua, sebbene renda più digeribili noci e affini. La cottura è un altro utile metodo con cui possiamo allontanare i fitati: per questo è sempre bene cuocere a lungo cereali integrali e legumi.
Spesso i pediatri e chi si occupa di alimentazione infantile sconsiglia di dare ai bimbi troppi cereali integrali e legumi: la motivazione è proprio dovuta alla presenza di fitati, che sequestrano minerali importantissimi per la crescita (tra cui calcio, ferro e zinco). Nei primi anni di vita del bimbo sarebbe bene preferire per la sua alimentazione legumi decorticati (come ad esempio le lenticchie rosse) e le varietà di cereali o pseudocereali con meno fitati, come ad esempio orzo perlato, tapioca, avena in fiocchi, quinoa, amaranto.
Mentre i fitati inibiscono l’assorbimento di diversi minerali, gli ossalati hanno un’azione diretta esclusivamente al calcio: lo imprigionano formando dei cristalli di ossalato di calcio che possono dar luogo a calcoli renali. E’ per questo motivo che a chi soffre di calcolosi si sconsigliano vegetali ricchi di ossalati: spinaci, barbabietole, rabarbaro, cacao, melanzane, peperoni verdi. Cuocere queste verdure in acqua e aceto diminuisce la quantità di ossalati.

Tannini
Come ossalati e fitati, anche i tannini inibiscono l’assorbimento di alcuni minerali, in particolare di calcio e ferro; sono contenuti nelle bevande nervine (tè o caffè), nell’uva, nei cachi e nel vino. Se siete tendenzialmente soggetti ad anemia, vi consiglio di non bere il caffè in prossimità di un pasto a base di carne o pesce, per evitare che i tannini sequestrino il ferro della vostra bistecca!

Avidina
E’ un antinutriente presente nell’uovo che inibisce l’assorbimento della vitamina H (biotina), coinvolta nel metabolismo degli acidi grassi. L’avidina viene inattivata dalla cottura: per questo motivo si consiglia di non consumare mai le uova crude, usanza un tempo tanto di moda tra i body-builder.

Inibitori della tripsina
La tripsina è un enzima pancreatico che permette di digerire le proteine; si è scoperto che i legumi, le patate e gli albumi delle uova contengono sostanze in grado di inattivare la tripsina quando questi alimenti sono consumati crudi: il calore, e dunque la cottura, risolve il problema. In alcune regioni d’Italia è usanza consumare piselli e fave crudi in insalata, magari mischiati a pecorino in scaglie e noci: dal momento che questo piatto non viene di certo mangiato tutti i giorni il suo consumo non rappresenza di certo un problema sul lungo termine!

Solanina
La solanina è una sostanza alcaloide contenuta nelle patate, nelle melanzane, nei peperoni verdi e nei pomodori; diversi studi hanno dimostrato che può causare alterazioni nervose che si manifestano con spossatezza, sonnolenza e ansia.
La concentrazione di solanina è inversamente proporzionale alla maturazione degli ortaggi: se consumiamo le verdure sopra citate quando sono a completa maturazione non avremo assolutamente alcun problema, mentre soggetti particolarmente sensibili potrebbero avvertire qualche disturbo quando li mangiano immaturi o fuori stagione. La cottura e la salatura (cui vengono sottoposti pomodori e melanzane in molte ricette regionali) contribuiscono a diminuire ulteriormente la concentrazione di solanina.
Per quanto riguarda le patate, troviamo più solanina nella buccia e nei tuberi vecchi o germogliati, che non andrebbero mai consumati, preferendo ad essi le patate novelle e quelle senza parti verdi.

Sostanze ad azione anti-tiroidea
Gli isotiocianati contenuti nei vegetali appartenenti alla famiglia delle Crocifere hanno un’azione di sequestro sullo iodio, di norma utilizzato dalla tiroide per produrre gli ormoni T3 e T4, importantissimi per il buon funzionamento dell’organismo. La cottura risolve in buona parte questo problema, e alcuni studi dimostrano che l’azione anti-tiroidea si manifesta solo a seguito dell’ingestione di quantitativi veramente consistenti di isotiocianati. Un’attenzione maggiore è tuttavia consigliata a chi soffre di ipotiroidismo ed è in cura con i farmaci (classicamente l’Eutirox): il consumo di Crocifere in prossimità dell’assunzione del farmaco potrebbe presentare una diminuita efficacia di quest’ultimo.
Appartengono alla famiglia delle Crocifere broccoli, cavoli, cavolfiori, cavoletti, rucola, senape, rafano, cime di rapa, crescione e ravanelli.

Saponine
Le saponine sono delle molecole contenute in alcune erbe ad uso officinale (come liquirizia, dulcamara e trigonella) e nei legumi, in particolare nella soia. Le saponine sono dei potentissimi emolitici, ossia sono in grado di determinare la distruzione dei globuli rossi; non dobbiamo però spaventarci: quest’azione è concreta solo quando le saponine sono iniettate in vena, e non quando vengono ingerite! Il processo di digestione disattiva completamente la tossicità delle saponine, che dunque sono da considerarsi perfettamente sicure.

Ammine ad azione cerebrale
L’istamina e la tiramina sono due ammine contenute negli alimenti che in soggetti particolarmente sensibili possono scatenare crisi dal quadro sintomatologico molto simile a quello delle allergie: cefalea, aumentato battico cardiaco, emicrania, aumento della sudorazione e della lacrimazione, sensazione di calore.
L’istamina è contenuta in moltissimi alimenti, ma può anche essere prodotta dal nostro stesso organismo: esistono alimenti in grado di stimolare la produzione di istamina. I cibi che propriamente contengono quest’ammina (e nei quali troviamo anche tiramina) sono pesci in scatola (sgombro, acciughe, tonno, aringhe), formaggi stagionati e/o fermentati (ad esempio parmigiano o camembert), affettati e salumi (prosciutto crudo, bresaola, salame), alimenti fermentati (crauti, aceto o birra), estratti di lievito. I cibi che promuovono il rilascio di istamina sono le fragole (attenzione a non mangiarne troppe a inizio stagione!), liquirizia, frutta secca, spezie, ananas e albume d’uovo.

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Una torta di mele da Bolzano

Non sono una di quelle dietiste rigide e inflessibili per quanto riguarda i dolci: come non mi stancherò di ripetere, intendo la dieta nel senso etimologico di δίαιτα, ossia “modo di vivere”. In quest’ottica i dolci non vanno aboliti, ma è bene imparare ad armonizzare frequenza e quantità del gustoso sgarro in relazione ai propri obiettivi e al proprio stile di vita: state cercando di dimagrire o volete semplicemente mantenervi in forma? Fate sport? La torta nella vostra famiglia è un irrinunciabile momento della domenica pomeriggio?
Le risposte a queste semplici domande possono già orientare le vostre scelte.

Nell’ambito di una dieta dimagrante i dolci possono essere una concessione settimanale che fa pesare meno certi sacrifici quotidiani, mentre nel contesto di un’alimentazione equilibrata sono quel *di più* che conclude in bellezza una cena con amici o quella dolce coccola della colazione nei weekend.

Proprio per il valore edonistico che consciamente o inconsciamente si attribuisce ai dolci, io ritengo che prima di ordinare una fetta di torta o prima di prendere una coppetta di gelato sia importante chiedersi: ne vale la pena? Sarò soddisfatto da questo dessert?
Purtroppo tanti, tantissimi dolci in commercio non sono altro che un concentrato di zuccheri; l’industria alimentare lo sa bene: più la dolcezza è stucchevole, più si è in grado di creare assuefazione. Sgranocchiato un biscotto se ne vuole un altro, si cerca la fetta di torta più grossa o la cucchiaiata di gelato in più: non si tratta semplicemente di golosità, ma abbiamo tristemente perso il senso della dolcezza vera, al punto che in tanti aggiungono una cucchiaiata di zucchero alla macedonia, che di per sé già ricchissima di zuccheri naturali.

Un discorso a parte va poi fatto sulla qualità delle materie prime. Trascuriamo per un attimo i dolci industriali, e concentriamoci su quelli fatti in casa: come per ogni piatto, anche per i dolci vale la regola che se le materie prime sono di qualità sono sufficienti pochissimi accorgimenti per esaltarle al meglio. Chi di noi non ha avuto una mamma, una nonna, una zia (…o una fidanzata) capace di creare squisitezze con una manciata di ingredienti? Basta poco: un impasto fatto di farina, zucchero, uova e burro a cui si può aggiugere uvetta o cioccolato, cocco o frutta secca, magari qualche spezia.
Più le materie prime sono di qualità più il dolce sarà buono e sano: uova biologiche (o meglio ancora nostrane), burro di centrifuga, farina di tipo 2 o integrale, un po’ meno zucchero e un po’ più frutta disidratata o malto d’orzo. Sono scelte piccole, ma che fanno la differenza: i primi passi verso una cucina casalinga sempre più sana e *consapevole* anche quando si tratta di dolci.

Tutta questa premessa per presentarvi un’altra piccola rubrica di questo sito: le ricette di Nadia (qui trovate il suo blog), una splendida ragazza di Bolzano creativa e curiosa, che ama sperimentare cose nuove tanto con mestoli e fornelli quanto con ago e filo. Negli ultimi anni si è appassionata sempre di più di pasticceria, e spesso cerca il mio consiglio per sostituire questo o quel ingrediente con alternative più salutari; le ho chiesto se fosse disposta a passarmi qualche sua ricetta di dolci da pubblicare sul sito, e lei ha acconsentito con piacere. Io ve le proporrò alternandole con i gustosissimi piatti salati di Cristina, corredando anche queste ricette con qualche commento utile.
Questa settimana cominciamo con un dolce semplice semplice: una classica torta di mele. Probabilmente l’ultima della stagione, che i meli sono adesso in fiore e ci daranno il nuovo raccolto tra qualche mese. Vi consiglio di scegliere la varietà di mele Renette, più adatte per la preparazione di dolci e per le cotture.
Questa torta contiene veramente pochissimo zucchero: tre cucchiai per l’intero impasto! Gli zuccheri che vedete riportati in tabella sono quasi totalmente provenienti dalle mele e dall’uvetta.
E’ una torta perfetta per la colazione della domenica, quando ci si sveglia più tardi e si hanno ritmi più tranquilli rispetto al resto della settimana; i bambini l’apprezzeranno come merenda, soprattutto se avranno passato gran parte del pomeriggio a giocare fuori casa in queste belle giornate primaverili!
Un consiglio: se volete evitare di ungere la tortiera o temete di non riuscire a staccare l’impasto usate semplicemente un foglio di carta da forno leggermente bagnato e ben strizzato, facendolo aderire bene alla tortiera e cercando di non fargli fare grinze.

Torta di mele

Ingredienti per 6 persone
3 mele
200 gr di farina di farro integrale (o altra farina)
125 ml di succo di mela o anche acqua
50 gr di zucchero di canna (Dulcita)
2 uova biologiche o nostrane
2 cucchiai di uvetta sultanina
80 g di pinoli (o mix di frutta secca tritata grossolanamente)
La scorza grattuggiata di un limone non trattato
1 bustina di lievito per dolci (biologico)
Cannella in polvere
2 cucchiai di olio (per ungere la tortiera)

Procedimento:
Preriscaldate il forno a 180° e oliate e infarinate una tortiera da 26 cm di diametro; mettete a bagno l’uvetta in un mezzo bicchiere di acqua non fredda e lasciatela ammorbidire. Con il frullatore sbattete per bene le uova con lo zucchero fino ad ottenere una massa spumosa e incorporate pian piano il succo di mela. Setacciate la farina unendola al composto d’uovo, quando sarà amalgamata unite i pinoli, la scorza di limone, l’uvetta e la cannella. Da ultimo aggiungere il lievito setacciato. Sbucciate e tagliate a pezzetti fini le mele e unitele all’impasto. Versate il composto nella tortiera e infornate lasciando cuocere circa 45 minuti.

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Alimentazione e donne – L’endometriosi

L’endometriosi è una patologia che colpisce il 10% delle donne europee in età fertile, ma l’incidenza potrebbe essere molto più alta: i sintomi dell’endometriosi sono comuni a molte altre patologie, dunque può passare diverso tempo (anche anni) prima che si arrivi ad una diagnosi certa.
Con il termine endometriosi si indica la presenza di tessuto endometriale al di fuori del contesto uterino (l’aberrazione è prevalentemente a localizzazione ovarica, ma non solo). A questo si correla anche un’aumentata concentrazione di estrogeni circolanti. Non si è ancora compresa l’esatta dinamica che può causare endometriosi, ma si conoscono ormai molto bene le conseguenze di questa patologia: lesioni e irritazione tissutale, infiammazione, formazione di cicatrici e sterilità (il 30-40% delle donne sterili soffre di endometriosi).
I sintomi possono variare sia come intensità sia come tipologia: una minoranza di donne è addirittura asintomatica, ma la maggior parte di loro lamenta forti dolori pelvici e rettali che iniziano qualche giorno prima delle mestruazioni e si protraggono sino alla fine del ciclo. Il tessuto endometriale eccedente si comporta infatti come quello normale localizzato nell’utero: aumenta di dimensioni per poi sfaldarsi, causando dolori anche invalidanti.
I sintomi di endometriosi sono in parte sovrapponibili a quelli del colon irritabile: stipsi alternata a dissenteria, meteorismo, gonfiore e distensione addominale; ciò che permette di distinguere le due patologie è la cronicità del disturbo: in caso di colon irritabile i sintomi sono sempre costanti e risentono fortemente dell’alimentazione, mentre nel caso di endometriosi l’andamento è ciclico (i fastidi aumentano considerevolmente prima e durante il mestruo, per rientrare quasi completamente fino al ciclo successivo).

In alcuni casi l’endometriosi regredisce spontaneamente, mentre in altri casi è necessario agire con farmaci o con terapia chirurgica. La terapia farmacologica è principalmente volta ad inibire l’ovulazione, così da evitare i sintomi legati allo sfaldamento dell’endometrio: non di rado viene prescritta la pillola anticoncezionale proprio per questo motivo; a volte si arriva anche a suggerire l’induzione precoce della menopausa.

Da un punto di vista alimentare, cosa si può fare? La dieta per endometriosi ha essenzialmente tre scopi:
- Ribilanciare gli ormoni attraverso una dieta a basso carico glicemico (vi rimando ai consigli che trovate al termine di questo articolo).
- Migliorare i sintomi intestinali attraverso il ripristino della flora batterica del colon; si consiglia di aumentare il consumo di antibatterici e antiparassitari naturali: verdure appartenenti alla famiglia delle Liliacee (aglio, cipolla, porri), yogurt naturale, kefir, rabarbaro, zenzero, tè verde e germogli (di lino, di grano saraceno, di lenticchie, di alfa-alfa, di broccoli…). Si può ipotizzare anche una terapia probiotica e prebiotica ciclica.
- Diminuire la risposta infiammatoria, limitando i dolori correlati.

Focalizziamoci sull’infiammazione. L’endometriosi è una patologia infiammatoria cronica: l’infiammazione è processo fisiologico del corpo volto all’eliminazione delle cause stesse di infiammazione con successiva riparazione dei tessuti danneggiati; quando l’organismo non riesce ad eliminare le cause il processo flogistico subisce una sorta di corto-circuito, in cui gli effetti amplificano le cause portando alla cronicizzazione del disturbo.
I mediatori della risposta infiammatoria sono le prostaglandine, ovvero degli agenti biologicamente attivi che derivano dagli acidi grassi essenziali omega-3 e omega-6. Esistono diverse famiglie di prostaglandine, alcune di esse sono pro-infiammatorie ed altre anti-infiammatorie: le prostaglandine pro-infiammatorie sono utili in caso di infiammazione acuta poiché sono in grado di stimolare la risposta immunitaria; in caso di infiammazione cronica queste prostaglandine diventano invece dannose, perché perpetuano la condizione di flogosi.
Dal momento che i precursori delle prostaglandine sono gli acidi grassi essenziali, attraverso l’alimentazione è possibile fornire una prima modulazione della risposta infiammatoria: le prostaglandine anti-infiammatorie vengono prodotte principalmente dagli acidi grassi omega-3, mentre quelle pro-infiammatorie derivano essenzialmente dagli omega-6. Si consiglia pertanto a chi soffre di endometriosi di aumentare il consumo di alimenti ricchi di omega-3 a fronte di una riduzione degli omega-6: il suggerimento vale anche per altre patologie infiammatorie croniche, come diabete o artrosi. Ricordate che:
- Gli omega-3 sono contenuti in pesce, noci, erbe spontanee, olio di semi di lino.
- Gli omega-6 si trovano in oli vegetali di mais, di soia, di semi vari e nelle margarine. Fate attenzione: questi prodotti sono ampiamente usati dall’industria alimentare! Si trovano in merendine confezionate, cibi surgelati o da gastronomia, alimenti fritti (patatine, bastoncini di pesce e simili), prodotti da forno come crackers o schiacciatine, grissini, cereali da prima colazione, creme spalmabili, gelati confezionati, paste sfoglie… Insomma: dappertutto. Leggete le etichette: se tra gli ingredienti leggete “oli vegetali” (anche se specificato “non idrogenati”) avete tra le mani una fonte di omega-6.

Di seguito trovate un elenco di consigli per chi soffre di endometriosi:
- Riducete il consumo di prodotti a base di farina, come pane e pasta: le donne che soffrono di endometriosi sembrano avere una sensibilità maggiore al glutine. Sostituire con farine gluten-free (ad esempio di riso, di castagne, di mais, di mandorla, di miglio, di grano saraceno).
- Evitate le fonti di acido fitico, che aggravano i sintomi di endometriosi: la soia, i legumi (possono andar bene fave sgusciate, lenticchie decorticate e legumi privati della buccia, magari passati al passaverdure), alcuni tipi di cereali integrali (farine integrali, segale, farro decorticato, orzo mondo). Preferite il riso, la quinoa, il miglio, la pasta di grano duro, i fiocchi d’avena. Come fonti di carboidrati complessi potete usare anche le patate.
- Attenzione all’eccesso di zuccheri, provenienti da qualsiasi fonte: zucchero bianco, zucchero di canna, miele. Promuovono l’infiammazione.
- Evitate la caffeina che peggiora i crampi e sembra avere un effetto sulla produzione estroginica; ricordate che la caffeina è contenuta anche nel : ne trovate una concentrazione bassissima nel tè verde bancha e nel tè bianco.
- Evitate la carne rossa e i latticini, poiché aumentano la risposta proinfiammatoria modulata dalle prostaglandine. Preferite carne bianca (pollo, tacchino, coniglio) e pesce.
- Alcol con estrema moderazione: abbassa la funzionalità epatica, che è essenziale per rimuovere l’eccesso di estrogeni implicato nell’endometriosi.
- Evitate cibi fritti, oli vegetali, margarine e alimenti che ne contengono: promuovono le prostaglandine proinfiammatorie.
- Aumentate il consumo di alimenti ricchi di vitamina A, C ed E, coinvolte nella risposta immunitaria: fragole, kiwi, agrumi, peperoni, spinaci e vegetali a foglia verde scuro, olio extravergine d’oliva, salmone, tuorlo delle uova (biologiche o nostrane), infuso di rosa canina, semi di lino.
- Cercate di privilegiare alimenti ricchi di magnesio, che contribuisce a ridurre i crampi: cacao, semi di zucca e sesamo, anacardi, amaranto e grano saraceno.
- Le donne che soffrono di endometriosi possono avere un ciclo molto abbondante, che comporta un assottigliamento delle riserve di ferro: se dalle analisi del sangue risultano bassi i valori di ferro e ferritina valutate un’integrazione di ferro insieme con il vostro medico o la vostra ginecologa. Un ottimo alimento naturale che apporta ferro è la melassa nera: un cucchiaio prima di colazione.
- Mantenete un peso corporeo adeguato. La semplice perdita di peso è di grande aiuto nel miglioramento dei sintomi per un meccanismo biologico molto semplice: l’endometriosi è caratterizzata da un eccesso di estrogeni, che vengono prodotti dal grasso. Se si ha un eccesso ponderale si producono più estrogeni, e si peggiora la sintomatologia.

- Non dimentichiamo infine l’importanza degli antiossidanti, contenuti in generale in tutta la frutta e verdura, ma in modo particolare in mirtilli, melograno, frutti rossi, cavoli e soprattutto erbe aromatiche di qualsiasi tipo. Si può valutare un’integrazione di antiossidanti da papaya fermentata (è uno degli integratori che gode di maggiori studi scientifici a sostegno della sua efficacia).

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Un secondo piatto che fa bene al cuore

A questa ricetta Cristina è particolarmente affezionata: io non l’ho ancora sperimentata, ma a giudicare dalla descrizione dev’essere veramente deliziosa…! La pubblico volentieri anche perché tra gli ingredienti ci sono alimenti di tutto rispetto non solo dal punto di vista gustativo ma anche nutrizionale: salmone, frutta secca e curcuma.

Il salmone è un pesce che molto spesso nelle diete dimagranti viene escluso perché eccessivamente grasso: io mi trovo in disaccordo. Benché sia effettivamente molto ricco di grassi rispetto ad altri tipi di pesce (circa il 10% rispetto al 2% di un branzino), i grassi contenuti nel salmone sono prevalentemente insaturi benefici per il cuore e protettivi per il sistema nervoso. Il salmone contiene infatti 8 g di grassi insaturi, di cui 4.5 g di monoinsaturi (contenuti anche nell’olio extravergine) e 3.5 g di polinsaturi.
A questi grassi buoni si aggiungono quelli della panatura del salmone: mandorle, nocciole e sesamo, un mix di frutta secca dalle note proprietà anti-ipertensive e protettive nei confronti di patologie cardiache. Un croccante involucro che non necessita di infarinatura, quindi adatto anche a chi soffre di allergia o intolleranza al glutine. Vi consiglio di scegliere frutta secca non tostata, che mantiene maggiormente le proprietà benefiche degli oli contenuti al proprio interno.
Questa ricetta può essere consigliata alle donne in dolce attesa: il contributo di grassi polinsaturi omega-3, forniti da salmone e frutta secca, è molto importante per la formazione del sistema neuro-cerebrale del bimbo. Non a caso in gravidanza si consiglia di mangiare pesce almeno 3 volte a settimana, e frutta secca anche quotidianamente!

La curcuma, che Cristina usa per insaporire e colorare la crema di yogurt d’accompagnamento, è una spezia orientale dalle spiccate proprietà antiossidanti: estratti di curcuma vengono usati per la cura di infiammazioni alle giunture e per patologie a carico delle articolazioni. E’ molto utile per chi fa sport grazie al suo effetto benefico sul sistema muscolo-scheletrico.

Non lasciatevi trarre in inganno dall’elevata quantità di grassi che vedete in tabella: sebbene il piatto sia a prevalenza lipidica, il quantitativo totale di grassi non supera i 30 g a porzione. Può essere preparato anche da chi è a dieta? Ma certamente! Chi vuole perdere qualche chilo può omettere la salsa di yogurt e abbinare al salmone un’abbondante insalata fresca (valeriana, carote julienne, qualche fogliolina di spinaci e ravanelli). Se non siete a dieta potete mischiare i pomodorini confit a 2-3 cucchiai di cous-cous o miglio cotto per avere un piatto unico ben bilanciato.

Salmone in crosta di frutta secca con pomodorini confit e salsa fredda allo yogurt greco e curcuma

Ingredienti per 4 persone
500 g di salmone
60 g di mandorle e nocciole
1 cucchiaio di sesamo
20 pomodorini pachino
Due spicchi d’aglio
Una confezione di yogurt greco (se lo trovate, al 2% di grassi)
Un cucchiaino di zucchero di canna tritato finissimo
Sale, curcuma, due rametti di origano fresco (o un cucchiaino di origano secco bio)
Olio extravergine d’oliva

Procedimento:
Prima di tutto accendete il forno: ventilato a 150°/160° gradi.
Lavate i pomodorini e tagliateli a metà, disponeteli su una placca da forno ricoperta da un foglio di carta forno; conditeli con un filo di olio extravergine d’oliva, un pizzico di sale, uno spicchio d’aglio tagliato a metà, due pizzichi di zucchero tritato e cospargeteli di fogliole di origano fresco (od origano secco). La ricetta ufficiale per i pomodorini confit prevede che appassiscano in forno per diverse ore a basse temperature, ma ho provato a metterli in forno a 150°/160° gradi e a lasciarli in forno il tempo di preparazione dell’intera ricetta, e vi posso assicurare che sono buonissimi comunque!
Per la crosta di frutta secca unite le mandorle e le nocciole , tritatele nel mixer fino ad ottenere una polvere grossolana (non è necessario arrivare ad ottenere una polvere molto fine, anzi non provateci, perché se si tritano troppo, gli oli naturali delle mandorle e delle nocciole verranno rilasciati e otterrete una crema), mettetela in un piatto, aggiungete un pizzico di sale e del sesamo.
Prendete il salmone e tagliatelo come più vi piace, o a fettine di un centimetro circa o a cubetti; passatelo nella panatura di frutta secca.
Scaldate una padella antiaderente con un filo d’olio (circa 1-2 cucchiai), quando è ben calda mettete il salmone. Non ha bisogno di lunghi tempi di cottura: circa 1 o 2 minuti per lato (dipende anche dai vostri gusti, se preferite una cottura che lo mantenga rosato al suo interno o ben cotto).
Mentre il salmone cuoce, in una ciotola unite lo yogurt greco, un cucchiaino d’olio, un pizzico di sale, una macinata di pepe nero e un cucchiaino di curcuma e amalgamate fino ad ottenere un composto omogeneo.
Servite il salmone con una cucchiaiata di yogurt greco e una di pomodorini confit.

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